Ansel Adams e la Natura viva in bianco e nero

Originariamente pubblicato su PadPad.eu.

Ansel Adams, Fallen Tree, Kern River Canyon, Sequoia National Park, California
Ansel Adams, Fallen Tree, Kern River Canyon, Sequoia National Park, California

La Natura come non l’avete mia vista, anzi come neanche pensavate potesse essere. Una sinfonia fatta di moltissimi elementi diversi all’interno di una visione perspicua del dettaglio, la cui importanza si fa fondamentale per ricostruire la visione di insieme. Dove l’insieme è il paesaggio, secondo una visione della natura che se da un lato ricorda la prospettiva scientifica dei vedutisti del Settecento, come Canaletto, dall’altro è anche una visione poetica del paesaggio. Quale paesaggio? In questo caso facciamo riferimento non alla Venezia del Settecento, nel suo febbrile rincorresi di attività produttive sullo sfondo dell’incantevole città lagunare, ma all’America delle Montagne Rocciose, quella della Monument Valley ed il Grand Canyon, o del Parco di Yosemite in California: è un paesaggio questo, che, per le sue caratteristiche, esprime forza, potenza, storia millenaria e che per noi europei incarna le caratteristiche proprie dell’America. La bellezza è tutta qui in uno scatto fotografico che, realizzato con un uso magistrale del bianco e nero, che si esprime in tutte le sue possibili gradazioni di colore, è lo strumento per fare di questa natura uno spettacolo di perfezione e purezza.

Questi sono gli elementi fondamentali che sono alla base dell’arte di Ansel Adams, uno dei maestri indiscussi della fotografia storica americana, assieme ad Edward Weston o Alfred Stiegliz, fra i primi a sperimentare le potenzialità della macchina fotografica per raccontare il mondo e le sue forme. A Modena si è appena chiusa la mostra a lui dedicata a presso la Fondazione di Fotografia. Si è trattato di una delle più importanti rassegne a livello europeo dell’opera del fotografo americano, capace di raccoglie un corpus rappresentato da 70 opere, grazie alla collaborazione eccellente con il trust americano dell’artista, e con alcuni collezionisti europei, e i galleristi americani che rappresentano l’artista.

L’esposizione rivela l’eccezionale capacità tecnica del fotografo, peraltro inventore di una tecnica fotografica chiamata sistema zonale, che, sulla base di uno studio delle modalità della luce di impressionare la pellicola, permetteva di mettere a fuoco punti diversi dell’immagine fotografica, e quindi, di cogliere la natura del paesaggio in tutte le sue più dettagliate sfumature. Queste gli permisero di fornire un ritratto del paesaggio americano cui l’occhio del fotografo guarda rappresentando in modo analitico ogni sua piccola parte, fino alla determinazione del tutto. E dove la visione di insieme culmina sempre nella rappresentazione scenografica della wilderness tipica della grande Natura americana.

Le sue doti tecniche furono poi funzionali alla creazione di un movimento chiamato gruppo f/64 che, assieme all’appoggio di Edward Weston e Imogen Cunningham, si faceva promotore, di contro al pittorialismo dominante, di una straight photography, ovvero di una fotografia intesa quale strumento di aderenza perfetta alla realtà. Infine, il suo profondo rigore morale lo spinse a farsi portatore di un corretto atteggiamento di rispetto ecologista nei confronti di quel paesaggio americano che aveva profondamente conosciuto, esplorato, guardato ed amato.

Sex and the city: Mapplethorpe in mostra a Milano

Pubblicato originariamente su globalist.it.

Robert Mapplethorpe, Tulipani, 1987
Robert Mapplethorpe – Tulipani – 1987 – © Robert Mapplethorpe Foundation

Nella fotografia Robert Mapplethorpe perseguiva la ricerca della purezza estetica e il rigore formale. In altre parole la perfezione. Ovvero, tutto quello che non c’è nella vita reale. E in particolare nella sua, una vita vissuta nella New York trasgressiva degli anni Settanta e Ottanta, in cui l’arte coincideva con l’esistenza condotta lungo i limiti della sperimentazione sessuale e delle droghe, in un ambiente in cui si mischiavano artisti, musicisti ad attori teatrali, di film pornografici e di performance. E dove tutto accadeva su un palcoscenico creativo d’eccezione quale era quello della metropoli newyorchese fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, fucina creativa in cui convivevano i New Dada di Rauschenberg e Andy Warhol con la Factory, i Velvet Underground e i Talking Heads, la street-art in chiave pop di Keith Haring e quella in versione pittorica post-moderna di Jean-Michael Basquiat. Leggi tutto “Sex and the city: Mapplethorpe in mostra a Milano”

Il World Press Photo 2011 fra arte e attualità

Originariamente pubblicato su Globalist.it.

Chi non ha visto l’anno passato l’immagine di Bibi Aisha, la diciottenne afgana cui per la legge talebana è stato tagliato il naso dal marito per essere fuggita dalla casa dello sposo che la maltrattava? Una fotografia che, pubblicata sulla copertina del Time, ha incarnato la missione americana di esportare libertà e democrazia nel mondo. Quella foto, scattata dalla fotografa sudafricana Jodi Bieber ha vinto il World Press Photo 2011, il più prestigioso premio dedicato al fotogiornalismo internazionale di razza, ovvero quel giornalismo capace di rappresentare un problema, una situazione o evento di grande importanza giornalistica, e fa questo in un modo che dimostra un eccezionale livello di percezione visiva e creatività. Una giuria di esperti sceglie ogni anno un’immagine capace di sintetizzare una storia, di raccontare l’attualità attraverso la forza testimoniale dell’obiettivo fotografico. Dove la perspicuità dell’immagine è funzionale a mettere in atto una riflessione profonda sul mondo che viviamo. Un premio prestigioso che, nelle sue ultime edizioni, è sempre più in bilico fra giornalismo e arte.

In effetti a guardare le immagini dei fotografi vincitori, che sono in mostra fino al 4 gennaio 2012 al PAN di Napoli, viene da chiedersi dove sia il confine fra la fotografia d’arte e quella documentaria.

Se già nel 2009 aveva vinto una prospettiva vicina a quella artistica, con il conferimento del primo premio a Piero Masturzo e alle sue immagini dotate più di perfezione estetica che di immediatezza documentaria, quest’anno è forte fra i premiati la prospettiva del fotogiornalismo classico, quello il cui imprescindibile è l’intreccio fra rilevanza degli eventi e forza del racconto contenuto nell’immagine. Eppure il confine fra arte e documentazione, vuoi per i mezzi che spesso sono gli stessi, vuoi per la cultura fotografica ampiamente circolante, appare sempre più labile: nelle immagini dei cinquantacinque fotografi vincitori, racchiuse nelle nove sezioni, Vita quotidiana, Protagonisti dell’attualità, Spot News, Notizie generali, Natura, Storie d’attualità, Arte e Spettacolo, Ritratti e Sport, la sovrapposizione fra funzione documentaria e visione artistica è costante.

Ad esempio non possiamo non notare la prospettiva da genere classico del ritratto nelle immagini di Andrew McConnell, primo premio nella categoria ritratti. Questi, per documentare la situazione di vita del popolo Saharawi, in costante lotta per l’indipendenza dal Marocco nelle ultime colonie, mette i suoi protagonisti in posa statica nelle ultime postazioni nel deserto ala ricerca dell’armonia compositiva. La foto d’arte riecheggia nelle immagini di Amit Sha’al, primo premio per Arti e Spettacolo, e la sua scelta di raccontare la città di Israele che si avvale della sovrapposizione di foto d’archivio sulle location originarie. Nella serie intitolata Altneuland, uno scatto del Muro del Pianto nel 1967, perfettamente sovrapposto alla visione attuale, non puà non risentire della lezione concettuale del fotografo americano degli anni Sessanta Kenneth Josephson.

Se nel 2009 il primo premio per People in the News fu vinto da un giovane fotografo italiano, Piero Masturzo, – che per rappresenta la critica al regime in Iran, aveva catturato le urla delle donne sui tetti di una Teheran affascinante quanto magica e di notte e di stelle – quest’anno fra i premiati si trova un gruppo nutrito di fotografi nostrani: Fabio Cuttica, Davide Monteleone, Riccardo Venturi, Massimo Berruti, Marco Di Lauro, Ivo Saglietti, Daniele Tamagni, Stefano Unterthiner. Il più estetico è certamente il lavoro di Venturi, primo premio nella sezione Notizie Generali, che cattura un incendio in un antico mercato di Haiti post- terremoto, in un bianco e nero saturo e profondissimo che risente della tradizione della fotografia italiana d’arte sensibile ed evocativa – per capirci di un Mimmo Jodice. Interessanti, poi, sono le prove di Fabio Cuttica che documenta il genere del narco-cinema di serie B e Davide Monteleone che, nella sezione Arti e Spettacolo, si concentra sulla sfilata di Valeria Marini.

Nella categoria Ritratti troviamo i riferimenti più forti con la fotografia d’arte: negli scatti di Joost Van der Broek, la cui serie dedicata ai marinai cadetti sulle navi ex unione sovietica ricorda la fotografa d’arte Rineke Dijkstra; Martin Roemers propone ritratti di città in movimento, fra Calcutta Mumbai e Giacarta; fortissima e al tempo stesso intrisa di visione estetica, l’immagine di Ed Kashi di una bambina handicappata, deforme a causa dell’ agente arancio sparato dai soldati in Vietnam. Che poi ci possano essere dei suggerimenti interessanti anche per la stessa fotografia d’autore non è escluso: il premio accoglie anche alcune forme sperimentali di fotografia giornalistica. Nella categoria Attualità, infatti, una menzione speciale è conferita al lavoro presentato da Michael Wolf, intitolato Series of unfortunate events, in cui il fotografo ha realizzato scatti di immagini raccolte da google street view di incidenti in giro per il mondo.

Cattelan All: catalogo o app?

Pubblicato originariamente su Globalist.it.

Le opere di Cattelan esposte al Guggenheim
Le opere di Cattelan esposte al Guggenheim

Un tempo era il catalogo. Pagine in carta lucida, spessa, copertina in brossura, colori vividi, testi curatoriali tradotti in due lingue, fotografie delle opere e apparato al fondo con didascalie complete. Ecco come si presentava: un oggetto lussuoso che nella maggioranza dei casi finiva a riempire le librerie e ad arredare i tavolini dei salotti. Insomma l’estasi del culto borghese per l’oggetto da esibizione, necessario complemento all’opera, anch’essa oggetto di ostentazione. Che si comprava per avere un souvenir della mostra appena visitata e trovare lo spunto necessario, nelle occasioni sociali, per raccontare agli amici episodi relativi all’ultimo viaggio. Chi non ricorda la scena di Carnage di Roman Polanski, in cui l’orrore di Jodie Foster è tutto per il catalogo rovinato dal vomito di Kate Winslet, e non per il vomito in questione? Bene, l’era gutenberghiana nell’arte volge al termine. Accanto a quell’oggetto di adorazione borghese oggi si trova un altro strumento, pratico, facile ed economico, nuovo oggetto di culto per gli appassionati di cultura tecnologica: la app. scaricabile per il telefonino.

Ma a cosa serve? Abbiamo scaricato l’ultimo ritrovato prodotto da uno dei più prestigiosi musei statunitensi: l’app che il Guggenheim ha realizzato per la mostra personale del nostro Maurizio Cattelan, in permanenza fino al prossimo 22 gennaio 2012 nel leggendario tempio dell’arte newyorchese.

Maurizio Cattelan: All è una mostra ambiziosa, che raccoglie tutto il lavoro dell’artista italiano, che ha, per l’appunto, approfittato furbescamente dell’occasione di questa retrospettiva per dichiarare la sua uscita dalle scene del mondo dell’arte. Un’esposizione antologica e onnicomprensiva, con 130 lavori del più celebre artista vivente italiano, amato e odiato, superstar dell’arte per le quotazioni, ma soprattutto sotto il profilo mediatico. Per una mostra importante dedicata ad un artista fuori dagli schemi, l’allestimento delle opere è prevedibilmente inedito anche per un museo come il Guggenheim: le opere sono appese al soffitto della celebre Rotunda.

E il progetto ambizioso comprende anche una app densa di contenuti multimediali. Fatta apposta per una star dei media come Cattelan.

E al confronto con il catalogo tradizionale, vince certamente la app. Pensata come un contenitore a cavallo fra l’audioguida e il catalogo vero e proprio, la app, strumento complementare al feticcio da salotto, contiene tutto quello che non si può mettere in un catalogo: tutto quello che vorreste sapere sull’artista Cattelan, e non avete mai avuto il coraggio di chiedere.

In primo luogo non è poi così male trovarsi fra le mani non più un tomo che ti costringeva a comprare valigie in più per portare a casa i voluminosi souvenirs, ma un’agile app che sta comodamente dentro il telefonino. Tanto più se non costa 50$ allo store del museo, ma soltanto 2,70 € su iTunes. Tanto più se, perfettamente a cavallo fra l’audioguida e lo spazio di approfondimento culturale, per questa mostra e’ uno strumento indispensabile, necessario per la fruizione della complessa exhibition. Siccome le opere di questa personale sono appese al soffitto con un filo, pressappoco come dei salami, in un allestimento in cui non solo mancano le didascalie necessarie, ma è difficile distinguere le singole installazioni dalla prospettiva sbilenca di chi salga la rampa ellittica del museo di Frank Lloyd Wright, la app. ha una funzione pratica: guidarci nella lettura e nella scoperta delle opere della mostra.

Le installazioni sulla app, quelle ci sono tutte, con le schede allegate, come nella migliore tradizione curatoriale del catalogo. E poi oltre ai testi troviamo video-interviste al curatore e a tutti i protagonisti della storia del Cattelan artista, che è anche curatore di mostre e editore di progetti originali. Insomma c’è tanto, in termini di pettegolezzi sul Cattelan-personaggio amato dai media, raccontato direttamente dalla bocca dei protagonisti, da Francesco Bonami a Massimiliano Gioni.

Insomma tutto quello che serve per alimentare e conservare il mito di Cattelan, artista non artista, funambolo dell’arte, curatore e mecenate, vincitore discusso o indiscusso sullo scacchiere del mercato, o semplicemente personaggio dei nostri tempi.

Per l’instant photography c’è Instagram!

Originariamente pubblicato su Globalist.it

Una polaroid di Maurizio Galimberti
Una polaroid di Maurizio Galimberti

Negli Settanta gli sperimentatori della fotografia istantanea non potevano fare a meno di amare e idolatrare la Polaroid, la macchina targata Kodak che permetteva di stampare le immagini fotografate in meno di trenta secondi. La macchina emetteva automaticamente dopo lo scatto una carta fotografica di piccole dimensioni che, impressionata dalla luce, si sviluppava nelle mani del fotografo. Questi apparecchi oggi sono molto amati dai collezionisti: la casa produttrice ha, infatti, da alcuni anni smesso di produrre gli apparecchi analogici, mettendosi a sfornare macchine digitali dotate di stampanti a getto di inchiostro incorporate alla macchina da scatto. Il risultato del passaggio dall’analogico al digitale è che i colori delle fotografie che si ottengono sono, rispetto a quelle ottenibili con le macchine degli anni Settanta, molto diversi. Nonostante la Kodak, affidando la direzione artistica della casa a Lady Gaga, abbia cercato di fare un lancio molto glamourous dei nuovi apparecchi, il successo non è assicurato.

Cambiano i tempi, e in sostituzione di quella fotografia analogica pret-à-porter, entrano in gara le fotocamere digitali incorporate nei telefonini, capaci di cogliere frammenti di realtà vissuta quotidianamente a colpi di Mega Pixel. E se è vero che queste macchine non sono capaci di offrire la stampa immediata su carta fotografica, queste hanno dalla loro parte le enormi possibilità di condivisione immediata. Dove? In rete, naturalmente, tramite i social networks, da Facebook a Twitter, da YFrog a Flickr. E per la postproduzione non c’è problema: il manuale di Photoshop è superfluo se alcuni telefonini sono provvisti di una app. che permettere di modificare le immagini scattate in modo semplice ed efficace. La più cool presso gli appassionati di fotografia è certamente la app. varata dalla Apple per l’iPhone, Instagram, complici le macchine fotografiche a più alta risoluzione volute da Jobs a portata di cellulare. Attraverso l’applicazione di alcuni effetti alle immagini, quegli scatti, che erano rozzi e frettolosi si possono trasformare in vere e proprie fotografie, che strizzano l’occhio, con una cornice in formato quadrato similpolaroid o con la saturazione del colore in stile Lomo, alla più classica e conosciuta fotografia analogica.

Vediamo quali sono le novità di questa fotografia digitale a portata di iPhone introdotte dagli utenti Instagram. L’approccio dominante nelle immagini postate in rete è di fare della fotografia istantanea lo strumento di comunicazione con gli altri, siano essi amici o estranei, sino a costruire una sorta di diario personale in immagini. Molte delle foto scattate rispecchiano il lessico del quotidiano, fatto di oggetti di casa, di momenti di lavoro e di relax, di foto ricordo di viaggi e di amici, in una ostensione del privato che oggi accomuna personaggi pubblici e non. Come se sbirciare dal buco della serratura e guardare attraverso la lente della macchina fotografica fossero la stessa cosa; e come se l’atto di cliccare sul tasto ‘Mi piace’, fosse il modo per partecipare alla mise en scène della vita.

Molti poi sono i fotografi dilettanti che si confrontano con i generi classici della ‘vecchia’ fotografia analogica, quali quelli del paesaggio, e della natura morta: tutta la fotografia tradizionale si specchia in Instagram senza filtri.

Abbiamo chiesto ad alcuni professionisti, cosa ne pensano di Instagram. Maurizio Galimberti, maestro riconosciuto della polaroid d’arte in Italia, è incapace di un upgrade tecnologico nella direzione digitale: le sue sperimentazioni attualemente si concentrano sull’Impossibile project, ovvero sul lavoro tecnico atto a restituire alla nuove pellicola in formato Polaroid la capacità di riprodurre i colori che avevano i vecchi film degli anni Settanta. Progetto impossibile o quasi. Il fenomeno della diffusione del digitale, sostiene, non fa che aumentare le quotazioni dei vecchi lavori realizzati con le pellicole classiche, per l’appunto ormai irriproducibili. Francesco Nencini, fotografo, video maker di spot pubblicitari e produttore, (www.nencionencini/twitter.com) è più entusiasta dei nuovi mezzi a portata di telefono, anche se, afferma, siamo molto lontani da un possibile uso di quegli strumenti in chiave professionale e commerciale. Le nuove app., secondo lui, sono efficacissimi strumenti di scambio di stimoli visivi, non tanto fra operatori del settore, ma soprattutto fra amici. Lui, fotografo dedito al tema della solitudine, sottolinea che quelle app. sono finalizzate all’intrattenimento nella solitudine del nostro quotidiano.

Per il momento mero passatempo stimolante per tanti. In futuro chissà!

Pipilotti Rist: Parasimpatico!

Originariamente pubblicato su Globalist.

Un occhio di formato gigante nell’atto meccanico di sbattere la palpebra: questa è una delle immagini che potrebbero sintetizzare il contenuto della mostra Parasimpatico, la personale dedicata a Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi. Alloggiata nello spazio dell’ex Teatro Manzoni di Milano, riaperto per l’occasione, dell’artista svizzera la mostra raccoglie lavori vecchi e nuovi, offrendo una retrospettiva sulla sua opera, mai vista in Italia.

Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi
Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi

Se per Pipilotti Rist il compito dell’arte è di contribuire all’evoluzione, incoraggiare la mente, garantire una visione libera dai cambiamenti sociali, riunire energie positive, creare sensualità, riconciliare ragione e istinto, ricercare possibilità e distruggere i clichès, il video ne è lo strumento privilegiato, in virtù della capacità intrinseca di quel mezzo di racchiudere pittura, tecnologia, linguaggio, musica, movimento, stupidità, immagini fluttuanti, poesia, commozione, premonizione della morte, sesso e amichevolezza. E questo nelle opere di Pipilotti, appare assolutamente vero: i suoi video parlano di natura, di sesso, di femminilità, di angoscia, secondo un linguaggio che è più vicino a quello dei sogni e dell’inconscio che a quello razionale, e la cui comprensione passa per un sistema di pensiero che non è tanto logico, quanto intuitivo. Come Leibniz faceva riferimento all’appercezione, quale forma di percezione dotata di consapevolezza, caratteristica propria degli uomini rispetto agli animali, così lo spettatore ha l’impressione di percepire i contenuti delle opere della Rist secondo una forma di consapevolezza intuitiva. Come se l’arte di Pipilotti viaggiasse al livello di comprensione del nostro sistema nervoso. Quello appunto, Parasimpatico.

La mostra si apre con un’installazione-lume all’ingresso ed una macchina che produce le bolle di sapone ai piedi della scalinata; dalle opere oggettuali siamo immessi nello spazio del cinema e quindi, direttamente nella video arte di Pipilotti, ove l’allestimento sfrutta positivamente gli elementi caratteristici del teatro per fondersi con la video-arte dell’artista svizzera. Sullo scalone principale in doppio strato di immagini di un double channel video, collocato sue due livelli spazio-temporali consecutivi, si trova Lobe of The Lung, video il cui tema è il rapporto fra uomo natura. Lo spettatore si identifica con il punto di vista di Pepperminta, personaggio fiabesco alter ego dell’artista, mentre conduce un viaggio incantato nel paese delle meraviglie della Natura. L’esplorazione si trasforma ben presto in identificazione vera e propria, fino alla riconduzione allo stato naturale ferino.

A seguire nel foyer del Teatro si specchia la video proiezione di Sip My Ocean, un video in cui la Rist parla del tema del ricordo e della memoria personale, attraverso la metafora del fondo dell’oceano e degli oggetti che qui vi spargono, giocando con la telecamera sopra e sotto l’acqua, in immagini di grande incanto e fascinazione. Sul sottofondo la sua voce di cantante volutamente stonata e contorta intona le note ipnotiche della canzone Wicked game che, in un arrangiamento elementare, comunica la sensazione del viaggio sottomarino.

Infine, passando per le toilette, parimenti decorata di video, approdiamo alla sala principale, in cui si trova la celebre opera Open My Glade, proiettata a tutto schermo. Questa installazione, che in passato aveva trovato calzanti collocazioni facendosi episodio di arte urbana, – quando fu proiettata sui maxischermi di un grattacielo a Times Square – ritrova qui la sua froma di fruizione più tradizionale, quando è proiettata sullo schermo di un cinema. In questo video, – in cui, alludendo al sentimento di prigionia di una donna in un grattacielo, cita episodi di body art estrema, rappresentandosi come un animale in gabbia nel tentativo di forzare i limiti dello spazio del video in cui è costretta – la Rist costruisce una formula abilissima di narrativa ipnotica attraverso la musica, e l’assimilazione del suo viso deformato ad altrettante visioni astratte.

In una mostra in cui contenitore e contenuto sono ottimamente armonizzati, fra giocattoli e opere maestose, di Pipilotti c’è n’è abbastanza da innamorarsene.

Il corpo nel lavoro di Francesca Woodman

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Milano conferma il suo interesse per la fotografia d’autore, dedicando un’ampia retrospettiva ad una delle artiste americane più interessanti, controverse ed ancora poco conosciute, ossia Francesca Woodman (Denver 1958 – New York 1981). Vera e propria enfant prodige e figlia d’arte, Francesca Woodman comincia ad utilizzare la macchina fotografica a soli tredici anni: dopo nove anni di ricerca intensissima chiude a soli ventidue la propria produzione gettandosi da un balcone di un palazzo di New York. La mostra, in corso fino al 24 ottobre a Palazzo della Ragione a Milano, grazie al contributo essenziale dell’Estate di Francesca Woodman di New York, ricostruisce per la prima volta una parte cospicua del corpus del suo lavoro.

Locandina mostra Milano Francesca Woodman
Basata su un percorso di 116 opere e cinque video, l’esposizione, attraverso una galleria di immagini di piccolo formato, ci conferma l’assoluta irriducibilità ad ogni possibile etichetta del lavoro della Woodman, che resta continuamente in bilico fra il diario personale, il confronto con il genere classico dell’autoritratto, e il naturale dialogo con l’arte concettuale e la coeva body art.

L’artista soleva giustificare la scelta di utilizzare il suo stesso corpo come soggetto e oggetto delle immagini, perché questo era sempre pronto, disponibile e a portata di mano.
Ma non è questa la sola ragione. Il corpo nel lavoro della Woodman è lo specchio del rapporto ossessivo fra l’io e lo spazio del mondo racchiuso in una stanza: questo costituisce lo strumento autentico per approfondire un discorso personale sull’io e la sua identità, e il suo mascheramento nel doppio. Una fotografia in cui l’estetica del corpo (come in Senza titolo, Providence, 1975, che ci richiama Mapplethorpe per la presenza della calla), non prende mai il sopravvento, ma è sempre veicolo di un approccio concettuale del tutto peculiare, il cui rigore è diluito dalla spontaneità della tecnica dell’autoscatto.

Accanto al corpo, altro elemento primario nel lavoro della Woodman, è lo spazio, incarnato nella maggioranza dei casi dagli appartamenti spogli sull’orlo della demolizione in cui l’artista amava condurre le lunghe sessioni fotografiche, concepite come vere e proprie performance. Questi spazi diventano luoghi pieni di echi e di atmosfere, espressione di una dimensione esistenziale vissuta con intensità; quando poi il corpo si fonde con le memorie rappresentate dai mobili e dagli oggetti umani, le stanze si tingono di un’emotività vibratile e sensibile, quanto oscura.

La peculiare pratica fotografica della Woodman richiama naturalmente le coeve forme di body art. Eppure più che ricondurre il lavoro della Woodman a quello di Cindy Sherman, è più facile ricollegarlo a quella body art che predilige la rappresentazione del corpo come oggetto, o macchina simbolica: mi riferisco ai primi  lavori di Rebecca Horn (come in Then at one point I did not need to translate the notes; they went directly to my hands, Providence, Rhode Island, 1976), dove il corpo ritratto è oggettualizzato quasi a divenire una installazione. Anche laddove questo è torturato o martirizzato, esso è strumento per costruire uno scenario mitico, simbolico, archetipico che trova i referenti diretti nei padri della fotografia americana da Eliot Erwitt a Man Ray e nella statuaria classica.

La mostra offre anche il saggio dell’inedita capacità spaziale dell’artista, con un’installazione composta di quattro fotografie di grande formato, dal titolo Swan Song (1978), di cui viene ricreata l’originale mise en scène: Francesca, facendosi beffa dell’altezza d’occhio dello spettatore, gioca con ironia e destrezza con lo spazio ridotto dell’angolo della stanza.

Frida Kahlo e il femminile in arte a Bruxelles

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Una notizia recente è quella della consacrazione di alcune artiste donne. Se è accaduto nel cinema con il conferimento dell’Oscar per la miglior regia a Kathryn Bigelow, anche nell’arte contemporanea si può dire stia accadendo lo stesso. E’ in corso in questi giorni la retrospettiva che il MOMA di New York dedica a Marina Abramović, storica body-artista, mentre esce nelle sale il film Women Without Men della celebre video artista Shirin Neshat, già premiata allo scorso festival del cinema di Venezia con il Leone d’Argento.

Lungo è l’elenco delle talentuose artiste donne: dalla pittrice anticonformista nell’America degli anni Trenta Georgia O’Keffe, alla scultrice Eva Hesse, a Cindy Sherman, trasformista nelle diverse incarnazioni della donna ‘a più dimensioni’, alla performer cubana Ana Mendieta, fino alla Abramović, la Beecroft e la Neshat. Molte di queste artiste non rinunciano al loro punto di vista rigorosamente femminile; molte di queste usano il loro corpo come strumento espressivo per dare forma ad uno sguardo sul mondo che è sempre tangenziale, controverso, particolare.

La capostipite delle artiste donne delle ultime generazioni è stata certamente Frida Kahlo, definita da Diego Rivera come la prima donna della storia dell’arte che con onestà assoluta e senza compromessi ha trattato alcuni soggetti specifici che riguardano le donne. La pittrice messicana di origini ebraico-ungheresi è in esposizione sino al 25 aprile 2010 al Palazzo delle Belle Arti di Bruxelles con Frida y Su Mundo. La mostra, che presenta un gruppo di venticinque opere provenienti dal Museo Olmedo, ossia la più grande collezione privata dedicata alla sua opera, ci permette di entrare nella dimensione di una grandissima pittura figurativa, mai disgiunta dalla sofferta condizione di donna.

La sua arte è pensata come affascinante dialogo con l’immagine di se stessa, mai vista secondo una dimensione intellettuale, ma sempre come strumento indagatore della propria turbolenta vicenda esistenziale. La carriera della Kahlo è indissolubilmente connessa alla biografia coraggiosa e affascinante, segnata dal matrimonio con il più anziano di lei muralista Diego Rivera, e dalla sofferenza fisica causata delle malattie, dagli aborti e dai ripetuti tradimenti del marito. Un’esistenza condotta a dispetto delle regole convenzionali ai vertici dell’intellighenzia artistica messicana di sinistra, che portò i due coniugi a lavorare negli Stati Uniti, e li mise in contatto con eminenti personaggi dell’epoca; fra cui per citarne uno Lev Trotsky, che fu amante di Frida.

L’autoritratto è concepito dalla Kahlo come specchio di sé e modo per mettere continuamente in questione il proprio modo di percepire il suo essere nel mondo nei diversi momenti della vita: la sua arte è una sorta di body art ante litteram, tradotta nel linguaggio di una pittura molto tradizionale, e reinterpretata alla luce dell’immaginario surrealista. In mostra se ne trovano alcuni, fra i quali il celeberrimo Autorretrato con Changuito (1945), effigie del volto di Frida circondato dalle scimmie e dai totem tribali della tradizione messicana. Accanto a questo si trova l’altrettanto noto dipinto La Columna Rota (1944), dove il dolore fisico alla colonna vertebrale è perfettamente interpretato dall’immagine dell’autoritratto della donna che piange sorretta da una colonna in frantumi. Bello e poco conosciuto il lavoro La màscara (de la locura) (1945), dove l’autrice, ritratta con gli abituali panni tradizionali, porta una maschera impassibile sul volto, sotto la quale nasconde il dolore: una perfetta incarnazione dell’ambiguità fra forza e fragilità femminile.

Frida Kahlo, "Autorretrato con Changuito", 1945
Frida Kahlo, Autorretrato con Changuito, 1945, olio su masonite

Uno dei motivi dominanti della biografia di Frida e dunque, della sua pittura, è il tema del dolore: i quadri più intensi sono quelli in cui l’artista denuncia in modo indiretto i problemi con il cibo, i numerosi aborti, le pene fisiche alla spina dorsale che la inchiodavano al letto, e le sofferenze che il Rivera mujeriego le riservava. In mostra troviamo la tela in cui descrive l’omicidio di un uomo sulla sua amata, metafora delle sofferenze che le inferse Rivera: nell’opera Unos cuantos piquetitos (1935), i capezzoli della donna sono altrettante macchie di sangue che invadono il quadro fino a ricoprire completamente lo spazio della cornice. L’opera Hospital Henry Ford (1932), racconta il fatto biografico dell’aborto avvenuto a Detroit mentre Rivera dipingeva in quella fabbrica, descritto in modo straziante, coraggioso, tenero e visionario. Nell’opera Sin esperanza (1945), l’anoressia è rappresentata dall’autoritratto di Frida a letto, incapace di inghiottire i cibi calati nella sua bocca da un grosso imbuto collocato sulla sommità della sua testa.

Opere brillanti del talento che fecero di lei l’eroina del surrealismo extraeuropeo, amata da Breton, sono invece il Retrato de Luther Burbank (1951), ritratto del famoso botanista, morto prima che Frida e Diego potessero andare negli Stati Uniti, effigiato in una tela in cui il corpo del medico defunto diventa la radice per un albero in rigoglio: si tratta di una splendida allegoria del fiorire dell’eredità umana ed intellettuale. Espressivo e potente è il dipinto Mi nana e yo (1937), in cui l’autrice si raffigura come fragile neonata attaccata al seno della sua forte nutrice, suo alter ego, il cui volto è coperto da una maschera tribale. Infine il grande talento nel disegno della Kahlo, mai secondo a quello del più famoso marito, si ritrova nei quattro disegni e nei due dipinti che chiudono la rassegna, ovvero El retrato del ingeniero Eduardo Morillo Safa, e El retrato del Doña Rosita Morillo, entrambi del 1944. In quest’ultimo lavoro, ruggente di rossi bruniti, la pittrice colloca il volto vivissimo dell’anziana committente su un bellissimo letto di fiori e di foglie autunnali, a costruire una sofisticata e potente metafora del ciclo della vita e della morte.

Villa Necchi Campiglio, arte nel cuore di Milano

Pubblicato originariamente su LuxRevolution.

Sulle tracce della memoria di Claudia Gian Ferrari, leggendaria gallerista milanese morta lo scorso 24 febbraio, abbiamo visitato Villa Necchi Campiglio, storica dimora nel centro di Milano, oggi proprietà del FAI, in cui alberga un legato di dipinti della collezione della gallerista.

L'amante morta di Arturo Martini
L’amante morta di Arturo Martini

Villa Necchi Campiglio è una dimora storica collocata al centro di Milano, nata come residenza principale degli industriali nel campo delle materie prime Necchi Campiglio, realizzata da Pietro Portaluppi negli anni Trenta (dal 1932 al 1935). L’edificio, che ci aspetteremmo nel solito citazionismo di stili europei, è una moderna residenza collocata elegantemente al centro di un giardino, affacciata sullo spazio arioso occupato dalla piscina e dal campo da tennis. A guardarla, dotata di geometrie snelle ed eleganti in stile razionalista, è un unicum per la Milano architettonica del tempo, che fa pensare più alle case con cascate di Frank Lloyd Wright che a casa Bagatti Valsecchi di via Manzoni.

Perfettamente armonizzata con il contenuto rappresentato dalla collezione Gian Ferrari, dedicata al Novecento Italiano, la villa è un piccolo gioiello anche per chi, scettico sulla modernità della cultura di regime, troverà in questa costruzione più elementi del dinamico spirito delle avanguardie europee, che quelli di una temperie in bilico fra primitivismo e ritorno all’ordine.

La nostra visita di Villa Necchi parte dal vestibolo principale, dove siamo salutati da tre splendide opere della collezione della compianta Gian Ferrari. Vi troviamo un’opera di grandi dimensioni di Sironi (La famiglia del Pastore, 1929, olio su tela cm 167 x 210) e una grandiosa scultura di Arturo Martini, L’amante morta (del 1921, in gesso policromo, cm 105 x 76 x 92) collocata scenograficamente sotto lo scalone, decorato con guizzanti geometrie decò. Ai piani bassi la villa presenta gli episodi più interessanti sotto il profilo architettonico e artistico: non solo vi è ospitata tutta la collezione Gian Ferrari, ma anche vi si trovano gli ambienti più originali progettati dal Portaluppi, in cui un gusto elegante per l’antico – in parte dovuto agli interventi successivi dell’architetto Buzzi e alle scelte del mutato gusto dei padroni di casa – si integra con il disegno, attenuandone il rigore razionalista in favore di un tocco di frivolezza mondana.

Villa Necchi Campiglio
Villa Necchi Campiglio

Le sale più interessanti al piano inferiore sono la biblioteca e la veranda. La prima delle due vede un intelligente progetto integrato fra scaffali di libri e le vetrine, racchiusa nel tracciato geometrico dei soffitti in stucco, che si muovono liberamente fra il razionalismo e l’art decò. Nel salotto a seguire, in cui domina lo stile Luigi XV e XVI degli arredi, troviamo le opere più belle della collezione Gian Ferrari, fra cui un Oreste ed Elettra di Giorgio De Chirico (anno 1923, tempera e uovo su tela, cm 63 x 48), una splendida Natura Morta di Morandi.

La veranda è la camera più originale, alla quale si accede dal salotto tramite una splendida porta scorrevole in ottone diviso in blocchi geometrici rettangolari, che fa apparire l’ambiente un forziere chiuso dall’interno. L’effetto è puramente illusorio, laddove al contrario la stanza è completamente trasparente all’esterno, grazie ad un sistema di vetrine a doppi vetri che danno alle piante in esse contenute non solo la possibilità di prendere luce, ma di celare e rivelare la camera agli astanti del giardino. Sobri sono i motivi geometrici del pavimento in marmo, perfettamente calibrati con le profilature ramate delle finestre e le cronici dei tavolini. E non dimentichiamo le belle opere, fra cui una Natura morta au masque di Gino Severini, e l’Idylle marine di Alberto Savinio (del 1931, tempera all’uovo su tela, cm 73,3 x 60) e la scultura in bronzo di Adolfo Widt (Il puro folle, 1930, bronzo, cm 155 x 90 x 62), mai in contrasto con le eleganti ciniserie color blu oltremare.

Al piano inferiore nell’altro lato della casa, attraversiamo il fumoir nello stile settecento del camino in marmo verde e delle suppellettili, che è più interessante ai nostri occhi per i bozzetti su carta alle pareti della collezione Gian Ferrari. Oltre la lussuosa sala da pranzo, arredata di arazzi di Bruxelles del XVI e XVII secolo, troviamo una cucina modernissima con lavabo in alluminio e pavimento in fibre sintetiche, con un tocco di praticità che già guarda agli anni Sessanta.

Ultima camera ai piani inferiori da segnalare è lo studio di Angelo Campiglio, arredato da uno scrittoio napoleonico da viaggio perfettamente richiudibile in tutte le parti, e corredato delle belle opere di de Pisis (di cui, Le tre ostriche sull’impiantito, 1932, olio su tela, cm 45 x 60) e di Casorati.

Al piano superiore, la passione per l’arte si affievolisce in favore dell’attenzione per i dettagli della casa: ci incuriosiscono gli armadi e le cappelliere e ci facciamo incantare dai lussuosi bagni gemelli, di cui uno annesso alla camera padronale e l’altro alla camera di Gigina Necchi. Entrambi sono rivestiti di marmi arabescati grigi e dotati di un vano doccia affiancato alla più tradizionale vasca da bagno. Anche qui un guizzo di brillante modernità.

Alla semplicità monacale della camera degli ospiti, si contrappone la sontuosità del salotto, in cui troviamo un ultimo oggetto di culto per gli amanti dell’arte: a sorpresa compare fra gli arredi sontuosi e le ceramiche settecentesche un’opera di Canaletto proveniente dalla Collezione di Alighiero ed Emilietta de’ Micheli. Si tratta di un grande classico dell’autore, che ha per oggetto la tipica veduta del Canal Grande con la Chiesa della Salute sullo sfondo, dal titolo L’ingresso al Canal Grande con la chiesa della Salute (dell’anno 1731-32, olio su tela, 53 x 70,5 cm).

Fotografie © Giorgio Majno

Sotheby’s, record per gli artisti dello Zero

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Martello banditore d'asta

Sotheby’s propone a Londra per le aste di stagione un calendario fitto di appuntamenti per l’arte contemporanea. E registra incassi da capogiro. Si parte con un catalogo rarefatto di soli 49 lotti tratti da un esimia collezione tedesca, che è stata esposta in alcuni dei maggiori musei del mondo in un tour che, passando da Frankfurt am Main (1974-5) a Barcellona, Madrid e Munich (1988) a Mosca (1989), da Salisburgo (1985, 2006) a Innsbruck e Bremen (1991), da Varsavia (1992) a Zagabria (2004), è ritenuto responsabile del processo di pacificazione culturale dell’Europa post-Guerra Fredda. Si tratta del’asta dal titolo Zero: Property from the Sammlung Lenz Schönberg. La collezione dei due coniugi tedeschi, incentrata su opere degli artisti appartenenti al gruppo Zero nelle sue differenti propaggini europee, fu intrapresa dopo l’incontro fulminante avvenuto fra i due e l’opera di Otto Piene, in occasione di una mostra a Düsseldorf nel 1963, che cambiò radicalmente la visione dei due collezionisti sull’arte del loro tempo. Il risultato di più di cinquanta anni di collezionismo attento e rigorosissimo sotto il profilo della selezione qualitativa è oggi una collezione formata da 600 pezzi, in parte vincolata alla Fondazione Lenz Schönberg di Salisburgo, collezione che oggi comprende alcuni dei più importanti lavori degli artisti appartenenti al gruppo Zero tedesco, ossia Günther Uecker, Otto Piene e Heinz Mack, assieme ai lavori di Manzoni, Castellani, Fontana, Yves Klein. Di questi, eccezionalmente all’incanto da Sotheby’s una pregiatissima selezione costituita da 49 pezzi.

L’elemento che principalmente accomuna la poetica degli artisti inclusi nella collezione Lenz Schönberg è una visione post-informale improntata alla persuasione del potenziale trasformativo contenuto nella materia e quindi nell’arte: a partire dalle base di una poetica definita dal fondamentale apporto culturale di Yves Klein e di quello dello Spazialismo di Fontana in Italia, le propaggini artistiche del movimento furono sviluppate in tutti i paesi d’Europa nelle differenti declinazioni di arte minimale, cinetico-processuale e infine concettuale, per un movimento che coinvolse personalità differenti e tutte di rilievo per tutti i paesi d’Europa. Ricordiamo uan rosa ristretta di artisti partecipanti al movimento, che ruotarono principalmente attorno ad Otto Piene, Heinz Mack, Günther Uecker, Gotthard Graubner, Adolf Luther, Gerhard von Graevenitz, Hermann Goepfert, e Raimund Girke in Germania; a Yves Klein, Arman, a François Morellet, Victor Vasarely e Jesús Rafael Soto a Parigi; Jan Schoonhoven e Herman de Vries dall’Olanda; ai Belgi Pol Bury, Walter Leblanc e Jef Verheye; agli italiani Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Piero Dorazio, Gianni Colombo, Turi Simeti; a Christian Megert dalla Svizzera, fino a Roman Opalka a Varsavia. Zero si costituì come vero e proprio movimento di portata internazionale molto influente, in cui esposero ben 133 artisti provenienti da tutta Europa, e le cui declinazioni più rilevanti per la storia dell’arte contemporanea sono stati il il Gruppo Azimuth, Gruppo e T e il Gruppo N in Italia, il Nul in Olanda, il Gruppo Gutai in Giappone, il Gruppo Arte Concreto in Argentina, il Groupe de Recherce de’Art Visuel in Francia, Unismus in Polonia. Rilevante, in quanto anello di congiunzione culturale tra il nord Europa e l’Italia, è ritenuto il ruolo del nostro Piero Manzoni.

I top scores dell’asta

Questo evento segna un punto importante per quanto riguarda il conferimento di valore all’opera di Yves Klein, di cui sono in asta due lavori di pregio particolare. Un suo pezzo, dal titolo F88, rarissimo lavoro in resina sintetica resistente al fuoco, stimato 2.800.000 – 3.500.000 sterline è battuto al soddisfacente risultato di 3.289.250 sterline. Sempre dello stesso autore una superficie d’oro in foglia d’oro su legno di media misura (53 x 51 cm), numerata MG 25, con dedica a Richard Stankiewicz, ha totalizzato 1.665.250 sterline a partire da una stima di 800.000 – 1.200.000 sterline: si tratta di un prezzo record per il grande artista francese. A seguire nella lista dei top scores un bellissimo lavoro di Lucio Fontana su rame, di grande misura (quasi due metri per un metro) che stimato 1.500.000 – 2.000.000 sterline , è venduto a 3.065.250 sterline. Un secondo lavoro di Fontana, un rarissimo Ritratto di Carlo Cardazzo, in olio e pietre di vetro su tela, a partire da una stima di 1.000.000 – 1.500.000 sterline segna un prezzo consistente pari a ben 2.729.250 GBP. Record per Günther Uecker è il risultato di 825.250 sterline per un lavoro stimato appena 100,000 – 150,000 sterline, ovvero una superficie di chiodi su tela e tavola, di un metro e mezzo per un metro e mezzo del 1964. Sempre dello stesso autore è in asta un bellissimo Kunstpranger Aquarell, in chiodi e olio resina, pittura ad acqua su tronco di legno che, non soprende se su una stima contenuta, pari a 60.000 – 80.000 sterline, realizza 361.250 sterline. Quotazioni importanti sono stati raggiunte dai lavori pregiati di alcuni altri artisti – fra cui due record per Jan Schoonhoven, uno per Vasarely e Roman Opalka – il cui trittico con numerazione progressiva dei giorni di vita dell’artista nell’anno 1965, su una stima di 240.000 – 360.000 sterline è aggiudicato a 713.250. Stupefacente il prezzo raggiunto da un pezzo rarissimo di Enrico Castellani, in polvere di alluminio acrilico e colla su tela, che tocca il record di 493.250 sterline, su una stima iniziale di soli 70.000 – 90.000. Lo stesso si può dire dei risultati toccati dal sofisticato Petit Poème de la dèlusion di Piero D’Orazio, venduto a 241.250 sterline, e dal bel lavoro bianco di tocco dechirichiano di Agostino Bonalumi, aggiudicato a 241.250 sterline, e un Rauchbild di Otto Piene (olio e carboncino su tela, cm 111 x 111) venduto a 223.250 sterline.