Pipilotti Rist: Parasimpatico!

Originariamente pubblicato su Globalist.

Un occhio di formato gigante nell’atto meccanico di sbattere la palpebra: questa è una delle immagini che potrebbero sintetizzare il contenuto della mostra Parasimpatico, la personale dedicata a Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi. Alloggiata nello spazio dell’ex Teatro Manzoni di Milano, riaperto per l’occasione, dell’artista svizzera la mostra raccoglie lavori vecchi e nuovi, offrendo una retrospettiva sulla sua opera, mai vista in Italia.

Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi
Pipilotti Rist dalla Fondazione Trussardi

Se per Pipilotti Rist il compito dell’arte è di contribuire all’evoluzione, incoraggiare la mente, garantire una visione libera dai cambiamenti sociali, riunire energie positive, creare sensualità, riconciliare ragione e istinto, ricercare possibilità e distruggere i clichès, il video ne è lo strumento privilegiato, in virtù della capacità intrinseca di quel mezzo di racchiudere pittura, tecnologia, linguaggio, musica, movimento, stupidità, immagini fluttuanti, poesia, commozione, premonizione della morte, sesso e amichevolezza. E questo nelle opere di Pipilotti, appare assolutamente vero: i suoi video parlano di natura, di sesso, di femminilità, di angoscia, secondo un linguaggio che è più vicino a quello dei sogni e dell’inconscio che a quello razionale, e la cui comprensione passa per un sistema di pensiero che non è tanto logico, quanto intuitivo. Come Leibniz faceva riferimento all’appercezione, quale forma di percezione dotata di consapevolezza, caratteristica propria degli uomini rispetto agli animali, così lo spettatore ha l’impressione di percepire i contenuti delle opere della Rist secondo una forma di consapevolezza intuitiva. Come se l’arte di Pipilotti viaggiasse al livello di comprensione del nostro sistema nervoso. Quello appunto, Parasimpatico.

La mostra si apre con un’installazione-lume all’ingresso ed una macchina che produce le bolle di sapone ai piedi della scalinata; dalle opere oggettuali siamo immessi nello spazio del cinema e quindi, direttamente nella video arte di Pipilotti, ove l’allestimento sfrutta positivamente gli elementi caratteristici del teatro per fondersi con la video-arte dell’artista svizzera. Sullo scalone principale in doppio strato di immagini di un double channel video, collocato sue due livelli spazio-temporali consecutivi, si trova Lobe of The Lung, video il cui tema è il rapporto fra uomo natura. Lo spettatore si identifica con il punto di vista di Pepperminta, personaggio fiabesco alter ego dell’artista, mentre conduce un viaggio incantato nel paese delle meraviglie della Natura. L’esplorazione si trasforma ben presto in identificazione vera e propria, fino alla riconduzione allo stato naturale ferino.

A seguire nel foyer del Teatro si specchia la video proiezione di Sip My Ocean, un video in cui la Rist parla del tema del ricordo e della memoria personale, attraverso la metafora del fondo dell’oceano e degli oggetti che qui vi spargono, giocando con la telecamera sopra e sotto l’acqua, in immagini di grande incanto e fascinazione. Sul sottofondo la sua voce di cantante volutamente stonata e contorta intona le note ipnotiche della canzone Wicked game che, in un arrangiamento elementare, comunica la sensazione del viaggio sottomarino.

Infine, passando per le toilette, parimenti decorata di video, approdiamo alla sala principale, in cui si trova la celebre opera Open My Glade, proiettata a tutto schermo. Questa installazione, che in passato aveva trovato calzanti collocazioni facendosi episodio di arte urbana, – quando fu proiettata sui maxischermi di un grattacielo a Times Square – ritrova qui la sua froma di fruizione più tradizionale, quando è proiettata sullo schermo di un cinema. In questo video, – in cui, alludendo al sentimento di prigionia di una donna in un grattacielo, cita episodi di body art estrema, rappresentandosi come un animale in gabbia nel tentativo di forzare i limiti dello spazio del video in cui è costretta – la Rist costruisce una formula abilissima di narrativa ipnotica attraverso la musica, e l’assimilazione del suo viso deformato ad altrettante visioni astratte.

In una mostra in cui contenitore e contenuto sono ottimamente armonizzati, fra giocattoli e opere maestose, di Pipilotti c’è n’è abbastanza da innamorarsene.

Street Art e mercato

Bansky

Pubblicato originariamente su Lobodilattice.

Nata nei bassifondi e dai movimenti underground delle città, continuamente in bilico fra ribellismo e ricerca di autenticazione culturale, la street-art ha già trovato spazio in questi ultimi anni nel circuito di consacrazione dei musei d’arte contemporanea internazionale, come la Tate Modern di Londra (nel 2008), al Grand Palais di Parigi (2009). E non sarà un caso se quest’anno la Fondazione Beyeler di Basilea diretta dall’abile Keller abbia inaugurato durante i giorni della fiera una mostra dedicata al maestro storico dei graffiti degli anni Ottanta: Jean–Michel Basquiat.

Bansky
Bansky

Per chi nutrisse ancora qualche dubbio, dunque, la street-art, arte clandestina, traccia slabbrata del tribalismo metropolitano, è destinata a trasformarsi in un’arte culta, inserita nei circuiti delle gallerie di arte, delle rassegne internazionali e delle aste. E vi spiego il perchè.

Alcuni dei motivi che sono alla base del successo della street-art.

  • La forte immediatezza visiva. L’arte che viene dalla strada attinge i suoi mezzi espressivi da un patrimonio visivo rigorosamente conosciuto, noto, divulgato: come con gli standards nel jazz, la sua base è un lessico di immediatezza popolare. Il suo vocabolario visivo preleva elementi dal mondo dei fumetti, dalle foto delle riviste di moda, dalle più celebri immagini di reportage; e perfino dalla pop art più conosciuta e dalle icone dell’arte medievale. Chi non ricorderà durante la campagna presidenziale americana del 2009 la testa rosso-blu di Obama realizzata da Obey?

  • Un medium potentissimo: la strada. Gli artisti di strada occupano illegalmente gli spazi che farebbero gola ai più accorti pubblicitari. E non hanno solo la strada dalla loro parte: le loro opere invadono il web, terreno in cui la gente con altrettanta velocità riproduce, diffonde, tagga le opere più riuscite.

  • La capacità, come nel caso delle migliori opere di installazione, di dialogare con lo spazio. La street-art ha qualche carta in più rispetto alla pittura tradizionale: perfino quando è in cattività, ossia racchiusa fra le pareti di una galleria, riesce a violare i vincoli della bidimensionalità e a dialogare con l’ambiente circostante.

  • La riproducibilità. Keith Haring nel 1986 apre nel cuore di Soho il Pop Shop, un negozio in cui vende riproduzioni dei suoi graffiti più famosi impressi su borse, penne e magliette. Grazie alla diffusione capillare del suo merchandising, la sua arte nel giro di un ventennio diventa famosissima al punto da diventare la più autentica incarnazione della street contemporanea. Quasi tutti gli artisti del movimento hanno tentato di eguagliare questa sapiente operazione operazione commerciale, ma i risultati non sempre sono pari a quelli di Haring o di un Murakami contemporaneo.

Qual è il segreto del successo? Fra elitismo e spirito popolare, fra ribellismo e mercato.

Se avrete la fortuna di incontrare qualcuno di questi artisti, non credete alla favola che racconteranno dell’amore incondizionato per il lavoro clandestino, notturno, condotto in bilico fra performance collettiva e arredo dello spazio urbano dismesso. Lo spregio nei confronti dei circuiti del mercato è la migliore strategia per uscire dalla strada imboccando la porta principale, ed entrare nei circuiti dell’arte colta surrettiziamente, dalla entrata secondaria.

Del resto, la storia della cultura è ricolma di casi simili. Il jazz, una musica nata nei ghetti come libera espressione delle classi nere, era sin dalle origini un genere sospeso fra espressione popolare e intellettualismo colto da èlite. Molti ignorano che i musicisti neri facevano della loro ricerca musicale il mezzo di discriminazione e ghettizzazione degli artisti bianchi. Quella musica che agli albori del secolo la faceva da padrone nelle sale da ballo e che negli anni Venti passa al circuito delle grandi orchestre, in meno di mezzo secolo si trasforma in un genere destinato più ai circuiti delle raffinate concert halls che ai club notturni.

Bansky e gli altri.

Bansky (Bristol, 1974) ne è l’esponente più celebre. Ha avuto una rapidissima ascesa, dalle primissime apparizioni nelle strade di Londra del 2001 fino alle stellari quotazioni alle aste internazionali. Le sue opere, tecnicamente semplici spruzzi di stencil su tela, rigorosamente caratterizzata da uno spirito politically uncorrect, entrano per la prima volta nel mercato nel 2003. Nel febbraio 2008 un’opera intitolata Keep it Spotless, riferimento a Damien Hirst, raggiunge in asta a New York i 1,7 milioni di dollari. Mentre la stampa favoleggia di collezionisti influenti letteralmente innamorati dei suoi lavori – da Christina Aguileira ad Angelina Jolie – i più informati sussurrano che dietro di lui si nasconda lo zampino di mr. art marketing in persona, ovvero Damien Hirst.

Il panorama della street-art europea è molto variegato, e comprende diverse scuole nazionali. Il nome più noto a livello internazionale, oltre a Bansky, è quello di Obey, affidato alle provvide mani di Jeffrey Deitch. In Francia la scuola nazionale è stata codificata da diverse mostre collettive nelle principali istituzioni, ma l’esponente più interessante resta l’affichiste JR. In Italia gli artisti di maggior spicco e notorietà sono Blu, 108, e Erica Il Cane. Fra questi il primo è noto perla partecipazione alla mostra Street Art alla Tate Modern nel 2008; il secondo è l’unico rappresentante italiano incluso in una rassegna sul tema inserita nella Biennale di Venezia del 2007. A questi aggiungiamo poi Ozmo e Abbominevole che se all’esordio in coppia avevano transitato nel circuito delle buone gallerie milanesi, oggi lavorano separatamente, muovendosi fra cultura underground e marketing: di Ozmo ricordiamo una bella operazione realizzata per il Diesel Wall dello scorso anno.

Banksy
Banksy

Il corpo nel lavoro di Francesca Woodman

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Milano conferma il suo interesse per la fotografia d’autore, dedicando un’ampia retrospettiva ad una delle artiste americane più interessanti, controverse ed ancora poco conosciute, ossia Francesca Woodman (Denver 1958 – New York 1981). Vera e propria enfant prodige e figlia d’arte, Francesca Woodman comincia ad utilizzare la macchina fotografica a soli tredici anni: dopo nove anni di ricerca intensissima chiude a soli ventidue la propria produzione gettandosi da un balcone di un palazzo di New York. La mostra, in corso fino al 24 ottobre a Palazzo della Ragione a Milano, grazie al contributo essenziale dell’Estate di Francesca Woodman di New York, ricostruisce per la prima volta una parte cospicua del corpus del suo lavoro.

Locandina mostra Milano Francesca Woodman
Basata su un percorso di 116 opere e cinque video, l’esposizione, attraverso una galleria di immagini di piccolo formato, ci conferma l’assoluta irriducibilità ad ogni possibile etichetta del lavoro della Woodman, che resta continuamente in bilico fra il diario personale, il confronto con il genere classico dell’autoritratto, e il naturale dialogo con l’arte concettuale e la coeva body art.

L’artista soleva giustificare la scelta di utilizzare il suo stesso corpo come soggetto e oggetto delle immagini, perché questo era sempre pronto, disponibile e a portata di mano.
Ma non è questa la sola ragione. Il corpo nel lavoro della Woodman è lo specchio del rapporto ossessivo fra l’io e lo spazio del mondo racchiuso in una stanza: questo costituisce lo strumento autentico per approfondire un discorso personale sull’io e la sua identità, e il suo mascheramento nel doppio. Una fotografia in cui l’estetica del corpo (come in Senza titolo, Providence, 1975, che ci richiama Mapplethorpe per la presenza della calla), non prende mai il sopravvento, ma è sempre veicolo di un approccio concettuale del tutto peculiare, il cui rigore è diluito dalla spontaneità della tecnica dell’autoscatto.

Accanto al corpo, altro elemento primario nel lavoro della Woodman, è lo spazio, incarnato nella maggioranza dei casi dagli appartamenti spogli sull’orlo della demolizione in cui l’artista amava condurre le lunghe sessioni fotografiche, concepite come vere e proprie performance. Questi spazi diventano luoghi pieni di echi e di atmosfere, espressione di una dimensione esistenziale vissuta con intensità; quando poi il corpo si fonde con le memorie rappresentate dai mobili e dagli oggetti umani, le stanze si tingono di un’emotività vibratile e sensibile, quanto oscura.

La peculiare pratica fotografica della Woodman richiama naturalmente le coeve forme di body art. Eppure più che ricondurre il lavoro della Woodman a quello di Cindy Sherman, è più facile ricollegarlo a quella body art che predilige la rappresentazione del corpo come oggetto, o macchina simbolica: mi riferisco ai primi  lavori di Rebecca Horn (come in Then at one point I did not need to translate the notes; they went directly to my hands, Providence, Rhode Island, 1976), dove il corpo ritratto è oggettualizzato quasi a divenire una installazione. Anche laddove questo è torturato o martirizzato, esso è strumento per costruire uno scenario mitico, simbolico, archetipico che trova i referenti diretti nei padri della fotografia americana da Eliot Erwitt a Man Ray e nella statuaria classica.

La mostra offre anche il saggio dell’inedita capacità spaziale dell’artista, con un’installazione composta di quattro fotografie di grande formato, dal titolo Swan Song (1978), di cui viene ricreata l’originale mise en scène: Francesca, facendosi beffa dell’altezza d’occhio dello spettatore, gioca con ironia e destrezza con lo spazio ridotto dell’angolo della stanza.

Frida Kahlo e il femminile in arte a Bruxelles

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Una notizia recente è quella della consacrazione di alcune artiste donne. Se è accaduto nel cinema con il conferimento dell’Oscar per la miglior regia a Kathryn Bigelow, anche nell’arte contemporanea si può dire stia accadendo lo stesso. E’ in corso in questi giorni la retrospettiva che il MOMA di New York dedica a Marina Abramović, storica body-artista, mentre esce nelle sale il film Women Without Men della celebre video artista Shirin Neshat, già premiata allo scorso festival del cinema di Venezia con il Leone d’Argento.

Lungo è l’elenco delle talentuose artiste donne: dalla pittrice anticonformista nell’America degli anni Trenta Georgia O’Keffe, alla scultrice Eva Hesse, a Cindy Sherman, trasformista nelle diverse incarnazioni della donna ‘a più dimensioni’, alla performer cubana Ana Mendieta, fino alla Abramović, la Beecroft e la Neshat. Molte di queste artiste non rinunciano al loro punto di vista rigorosamente femminile; molte di queste usano il loro corpo come strumento espressivo per dare forma ad uno sguardo sul mondo che è sempre tangenziale, controverso, particolare.

La capostipite delle artiste donne delle ultime generazioni è stata certamente Frida Kahlo, definita da Diego Rivera come la prima donna della storia dell’arte che con onestà assoluta e senza compromessi ha trattato alcuni soggetti specifici che riguardano le donne. La pittrice messicana di origini ebraico-ungheresi è in esposizione sino al 25 aprile 2010 al Palazzo delle Belle Arti di Bruxelles con Frida y Su Mundo. La mostra, che presenta un gruppo di venticinque opere provenienti dal Museo Olmedo, ossia la più grande collezione privata dedicata alla sua opera, ci permette di entrare nella dimensione di una grandissima pittura figurativa, mai disgiunta dalla sofferta condizione di donna.

La sua arte è pensata come affascinante dialogo con l’immagine di se stessa, mai vista secondo una dimensione intellettuale, ma sempre come strumento indagatore della propria turbolenta vicenda esistenziale. La carriera della Kahlo è indissolubilmente connessa alla biografia coraggiosa e affascinante, segnata dal matrimonio con il più anziano di lei muralista Diego Rivera, e dalla sofferenza fisica causata delle malattie, dagli aborti e dai ripetuti tradimenti del marito. Un’esistenza condotta a dispetto delle regole convenzionali ai vertici dell’intellighenzia artistica messicana di sinistra, che portò i due coniugi a lavorare negli Stati Uniti, e li mise in contatto con eminenti personaggi dell’epoca; fra cui per citarne uno Lev Trotsky, che fu amante di Frida.

L’autoritratto è concepito dalla Kahlo come specchio di sé e modo per mettere continuamente in questione il proprio modo di percepire il suo essere nel mondo nei diversi momenti della vita: la sua arte è una sorta di body art ante litteram, tradotta nel linguaggio di una pittura molto tradizionale, e reinterpretata alla luce dell’immaginario surrealista. In mostra se ne trovano alcuni, fra i quali il celeberrimo Autorretrato con Changuito (1945), effigie del volto di Frida circondato dalle scimmie e dai totem tribali della tradizione messicana. Accanto a questo si trova l’altrettanto noto dipinto La Columna Rota (1944), dove il dolore fisico alla colonna vertebrale è perfettamente interpretato dall’immagine dell’autoritratto della donna che piange sorretta da una colonna in frantumi. Bello e poco conosciuto il lavoro La màscara (de la locura) (1945), dove l’autrice, ritratta con gli abituali panni tradizionali, porta una maschera impassibile sul volto, sotto la quale nasconde il dolore: una perfetta incarnazione dell’ambiguità fra forza e fragilità femminile.

Frida Kahlo, "Autorretrato con Changuito", 1945
Frida Kahlo, Autorretrato con Changuito, 1945, olio su masonite

Uno dei motivi dominanti della biografia di Frida e dunque, della sua pittura, è il tema del dolore: i quadri più intensi sono quelli in cui l’artista denuncia in modo indiretto i problemi con il cibo, i numerosi aborti, le pene fisiche alla spina dorsale che la inchiodavano al letto, e le sofferenze che il Rivera mujeriego le riservava. In mostra troviamo la tela in cui descrive l’omicidio di un uomo sulla sua amata, metafora delle sofferenze che le inferse Rivera: nell’opera Unos cuantos piquetitos (1935), i capezzoli della donna sono altrettante macchie di sangue che invadono il quadro fino a ricoprire completamente lo spazio della cornice. L’opera Hospital Henry Ford (1932), racconta il fatto biografico dell’aborto avvenuto a Detroit mentre Rivera dipingeva in quella fabbrica, descritto in modo straziante, coraggioso, tenero e visionario. Nell’opera Sin esperanza (1945), l’anoressia è rappresentata dall’autoritratto di Frida a letto, incapace di inghiottire i cibi calati nella sua bocca da un grosso imbuto collocato sulla sommità della sua testa.

Opere brillanti del talento che fecero di lei l’eroina del surrealismo extraeuropeo, amata da Breton, sono invece il Retrato de Luther Burbank (1951), ritratto del famoso botanista, morto prima che Frida e Diego potessero andare negli Stati Uniti, effigiato in una tela in cui il corpo del medico defunto diventa la radice per un albero in rigoglio: si tratta di una splendida allegoria del fiorire dell’eredità umana ed intellettuale. Espressivo e potente è il dipinto Mi nana e yo (1937), in cui l’autrice si raffigura come fragile neonata attaccata al seno della sua forte nutrice, suo alter ego, il cui volto è coperto da una maschera tribale. Infine il grande talento nel disegno della Kahlo, mai secondo a quello del più famoso marito, si ritrova nei quattro disegni e nei due dipinti che chiudono la rassegna, ovvero El retrato del ingeniero Eduardo Morillo Safa, e El retrato del Doña Rosita Morillo, entrambi del 1944. In quest’ultimo lavoro, ruggente di rossi bruniti, la pittrice colloca il volto vivissimo dell’anziana committente su un bellissimo letto di fiori e di foglie autunnali, a costruire una sofisticata e potente metafora del ciclo della vita e della morte.

Villa Necchi Campiglio, arte nel cuore di Milano

Pubblicato originariamente su LuxRevolution.

Sulle tracce della memoria di Claudia Gian Ferrari, leggendaria gallerista milanese morta lo scorso 24 febbraio, abbiamo visitato Villa Necchi Campiglio, storica dimora nel centro di Milano, oggi proprietà del FAI, in cui alberga un legato di dipinti della collezione della gallerista.

L'amante morta di Arturo Martini
L’amante morta di Arturo Martini

Villa Necchi Campiglio è una dimora storica collocata al centro di Milano, nata come residenza principale degli industriali nel campo delle materie prime Necchi Campiglio, realizzata da Pietro Portaluppi negli anni Trenta (dal 1932 al 1935). L’edificio, che ci aspetteremmo nel solito citazionismo di stili europei, è una moderna residenza collocata elegantemente al centro di un giardino, affacciata sullo spazio arioso occupato dalla piscina e dal campo da tennis. A guardarla, dotata di geometrie snelle ed eleganti in stile razionalista, è un unicum per la Milano architettonica del tempo, che fa pensare più alle case con cascate di Frank Lloyd Wright che a casa Bagatti Valsecchi di via Manzoni.

Perfettamente armonizzata con il contenuto rappresentato dalla collezione Gian Ferrari, dedicata al Novecento Italiano, la villa è un piccolo gioiello anche per chi, scettico sulla modernità della cultura di regime, troverà in questa costruzione più elementi del dinamico spirito delle avanguardie europee, che quelli di una temperie in bilico fra primitivismo e ritorno all’ordine.

La nostra visita di Villa Necchi parte dal vestibolo principale, dove siamo salutati da tre splendide opere della collezione della compianta Gian Ferrari. Vi troviamo un’opera di grandi dimensioni di Sironi (La famiglia del Pastore, 1929, olio su tela cm 167 x 210) e una grandiosa scultura di Arturo Martini, L’amante morta (del 1921, in gesso policromo, cm 105 x 76 x 92) collocata scenograficamente sotto lo scalone, decorato con guizzanti geometrie decò. Ai piani bassi la villa presenta gli episodi più interessanti sotto il profilo architettonico e artistico: non solo vi è ospitata tutta la collezione Gian Ferrari, ma anche vi si trovano gli ambienti più originali progettati dal Portaluppi, in cui un gusto elegante per l’antico – in parte dovuto agli interventi successivi dell’architetto Buzzi e alle scelte del mutato gusto dei padroni di casa – si integra con il disegno, attenuandone il rigore razionalista in favore di un tocco di frivolezza mondana.

Villa Necchi Campiglio
Villa Necchi Campiglio

Le sale più interessanti al piano inferiore sono la biblioteca e la veranda. La prima delle due vede un intelligente progetto integrato fra scaffali di libri e le vetrine, racchiusa nel tracciato geometrico dei soffitti in stucco, che si muovono liberamente fra il razionalismo e l’art decò. Nel salotto a seguire, in cui domina lo stile Luigi XV e XVI degli arredi, troviamo le opere più belle della collezione Gian Ferrari, fra cui un Oreste ed Elettra di Giorgio De Chirico (anno 1923, tempera e uovo su tela, cm 63 x 48), una splendida Natura Morta di Morandi.

La veranda è la camera più originale, alla quale si accede dal salotto tramite una splendida porta scorrevole in ottone diviso in blocchi geometrici rettangolari, che fa apparire l’ambiente un forziere chiuso dall’interno. L’effetto è puramente illusorio, laddove al contrario la stanza è completamente trasparente all’esterno, grazie ad un sistema di vetrine a doppi vetri che danno alle piante in esse contenute non solo la possibilità di prendere luce, ma di celare e rivelare la camera agli astanti del giardino. Sobri sono i motivi geometrici del pavimento in marmo, perfettamente calibrati con le profilature ramate delle finestre e le cronici dei tavolini. E non dimentichiamo le belle opere, fra cui una Natura morta au masque di Gino Severini, e l’Idylle marine di Alberto Savinio (del 1931, tempera all’uovo su tela, cm 73,3 x 60) e la scultura in bronzo di Adolfo Widt (Il puro folle, 1930, bronzo, cm 155 x 90 x 62), mai in contrasto con le eleganti ciniserie color blu oltremare.

Al piano inferiore nell’altro lato della casa, attraversiamo il fumoir nello stile settecento del camino in marmo verde e delle suppellettili, che è più interessante ai nostri occhi per i bozzetti su carta alle pareti della collezione Gian Ferrari. Oltre la lussuosa sala da pranzo, arredata di arazzi di Bruxelles del XVI e XVII secolo, troviamo una cucina modernissima con lavabo in alluminio e pavimento in fibre sintetiche, con un tocco di praticità che già guarda agli anni Sessanta.

Ultima camera ai piani inferiori da segnalare è lo studio di Angelo Campiglio, arredato da uno scrittoio napoleonico da viaggio perfettamente richiudibile in tutte le parti, e corredato delle belle opere di de Pisis (di cui, Le tre ostriche sull’impiantito, 1932, olio su tela, cm 45 x 60) e di Casorati.

Al piano superiore, la passione per l’arte si affievolisce in favore dell’attenzione per i dettagli della casa: ci incuriosiscono gli armadi e le cappelliere e ci facciamo incantare dai lussuosi bagni gemelli, di cui uno annesso alla camera padronale e l’altro alla camera di Gigina Necchi. Entrambi sono rivestiti di marmi arabescati grigi e dotati di un vano doccia affiancato alla più tradizionale vasca da bagno. Anche qui un guizzo di brillante modernità.

Alla semplicità monacale della camera degli ospiti, si contrappone la sontuosità del salotto, in cui troviamo un ultimo oggetto di culto per gli amanti dell’arte: a sorpresa compare fra gli arredi sontuosi e le ceramiche settecentesche un’opera di Canaletto proveniente dalla Collezione di Alighiero ed Emilietta de’ Micheli. Si tratta di un grande classico dell’autore, che ha per oggetto la tipica veduta del Canal Grande con la Chiesa della Salute sullo sfondo, dal titolo L’ingresso al Canal Grande con la chiesa della Salute (dell’anno 1731-32, olio su tela, 53 x 70,5 cm).

Fotografie © Giorgio Majno

Sotheby’s, record per gli artisti dello Zero

Originariamente pubblicato su LuxRevolution.

Martello banditore d'asta

Sotheby’s propone a Londra per le aste di stagione un calendario fitto di appuntamenti per l’arte contemporanea. E registra incassi da capogiro. Si parte con un catalogo rarefatto di soli 49 lotti tratti da un esimia collezione tedesca, che è stata esposta in alcuni dei maggiori musei del mondo in un tour che, passando da Frankfurt am Main (1974-5) a Barcellona, Madrid e Munich (1988) a Mosca (1989), da Salisburgo (1985, 2006) a Innsbruck e Bremen (1991), da Varsavia (1992) a Zagabria (2004), è ritenuto responsabile del processo di pacificazione culturale dell’Europa post-Guerra Fredda. Si tratta del’asta dal titolo Zero: Property from the Sammlung Lenz Schönberg. La collezione dei due coniugi tedeschi, incentrata su opere degli artisti appartenenti al gruppo Zero nelle sue differenti propaggini europee, fu intrapresa dopo l’incontro fulminante avvenuto fra i due e l’opera di Otto Piene, in occasione di una mostra a Düsseldorf nel 1963, che cambiò radicalmente la visione dei due collezionisti sull’arte del loro tempo. Il risultato di più di cinquanta anni di collezionismo attento e rigorosissimo sotto il profilo della selezione qualitativa è oggi una collezione formata da 600 pezzi, in parte vincolata alla Fondazione Lenz Schönberg di Salisburgo, collezione che oggi comprende alcuni dei più importanti lavori degli artisti appartenenti al gruppo Zero tedesco, ossia Günther Uecker, Otto Piene e Heinz Mack, assieme ai lavori di Manzoni, Castellani, Fontana, Yves Klein. Di questi, eccezionalmente all’incanto da Sotheby’s una pregiatissima selezione costituita da 49 pezzi.

L’elemento che principalmente accomuna la poetica degli artisti inclusi nella collezione Lenz Schönberg è una visione post-informale improntata alla persuasione del potenziale trasformativo contenuto nella materia e quindi nell’arte: a partire dalle base di una poetica definita dal fondamentale apporto culturale di Yves Klein e di quello dello Spazialismo di Fontana in Italia, le propaggini artistiche del movimento furono sviluppate in tutti i paesi d’Europa nelle differenti declinazioni di arte minimale, cinetico-processuale e infine concettuale, per un movimento che coinvolse personalità differenti e tutte di rilievo per tutti i paesi d’Europa. Ricordiamo uan rosa ristretta di artisti partecipanti al movimento, che ruotarono principalmente attorno ad Otto Piene, Heinz Mack, Günther Uecker, Gotthard Graubner, Adolf Luther, Gerhard von Graevenitz, Hermann Goepfert, e Raimund Girke in Germania; a Yves Klein, Arman, a François Morellet, Victor Vasarely e Jesús Rafael Soto a Parigi; Jan Schoonhoven e Herman de Vries dall’Olanda; ai Belgi Pol Bury, Walter Leblanc e Jef Verheye; agli italiani Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Piero Dorazio, Gianni Colombo, Turi Simeti; a Christian Megert dalla Svizzera, fino a Roman Opalka a Varsavia. Zero si costituì come vero e proprio movimento di portata internazionale molto influente, in cui esposero ben 133 artisti provenienti da tutta Europa, e le cui declinazioni più rilevanti per la storia dell’arte contemporanea sono stati il il Gruppo Azimuth, Gruppo e T e il Gruppo N in Italia, il Nul in Olanda, il Gruppo Gutai in Giappone, il Gruppo Arte Concreto in Argentina, il Groupe de Recherce de’Art Visuel in Francia, Unismus in Polonia. Rilevante, in quanto anello di congiunzione culturale tra il nord Europa e l’Italia, è ritenuto il ruolo del nostro Piero Manzoni.

I top scores dell’asta

Questo evento segna un punto importante per quanto riguarda il conferimento di valore all’opera di Yves Klein, di cui sono in asta due lavori di pregio particolare. Un suo pezzo, dal titolo F88, rarissimo lavoro in resina sintetica resistente al fuoco, stimato 2.800.000 – 3.500.000 sterline è battuto al soddisfacente risultato di 3.289.250 sterline. Sempre dello stesso autore una superficie d’oro in foglia d’oro su legno di media misura (53 x 51 cm), numerata MG 25, con dedica a Richard Stankiewicz, ha totalizzato 1.665.250 sterline a partire da una stima di 800.000 – 1.200.000 sterline: si tratta di un prezzo record per il grande artista francese. A seguire nella lista dei top scores un bellissimo lavoro di Lucio Fontana su rame, di grande misura (quasi due metri per un metro) che stimato 1.500.000 – 2.000.000 sterline , è venduto a 3.065.250 sterline. Un secondo lavoro di Fontana, un rarissimo Ritratto di Carlo Cardazzo, in olio e pietre di vetro su tela, a partire da una stima di 1.000.000 – 1.500.000 sterline segna un prezzo consistente pari a ben 2.729.250 GBP. Record per Günther Uecker è il risultato di 825.250 sterline per un lavoro stimato appena 100,000 – 150,000 sterline, ovvero una superficie di chiodi su tela e tavola, di un metro e mezzo per un metro e mezzo del 1964. Sempre dello stesso autore è in asta un bellissimo Kunstpranger Aquarell, in chiodi e olio resina, pittura ad acqua su tronco di legno che, non soprende se su una stima contenuta, pari a 60.000 – 80.000 sterline, realizza 361.250 sterline. Quotazioni importanti sono stati raggiunte dai lavori pregiati di alcuni altri artisti – fra cui due record per Jan Schoonhoven, uno per Vasarely e Roman Opalka – il cui trittico con numerazione progressiva dei giorni di vita dell’artista nell’anno 1965, su una stima di 240.000 – 360.000 sterline è aggiudicato a 713.250. Stupefacente il prezzo raggiunto da un pezzo rarissimo di Enrico Castellani, in polvere di alluminio acrilico e colla su tela, che tocca il record di 493.250 sterline, su una stima iniziale di soli 70.000 – 90.000. Lo stesso si può dire dei risultati toccati dal sofisticato Petit Poème de la dèlusion di Piero D’Orazio, venduto a 241.250 sterline, e dal bel lavoro bianco di tocco dechirichiano di Agostino Bonalumi, aggiudicato a 241.250 sterline, e un Rauchbild di Otto Piene (olio e carboncino su tela, cm 111 x 111) venduto a 223.250 sterline.